Cancro alla prostata: che cos'è e come si cura

Colpisce la popolazione maschile dai 50 anni in poi. Se diagnosticato in tempo, le possibilità di sopravvivenza a cinque anni superano il 90 per cento

Il canco alla prostata è il tumore più frequente nella popolazione maschile a partire dai 50 anni d'età.  In Italia ogni anno si registrano circa 35mila nuovi casi di cancro alla prostata, secondo le stime raccolte dall'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) in occasione della presentazione del Rapporto 'Lo stato dell'oncologia in Italia 2017'.

Per fortuna, sebbene sia così diffusa, il rischio che questa malattia abbia un esito nefasto è molto basso, soprattutto se si interviene in tempo. Oggi sono 200mila gli uomini italiani che convivono con una diagnosi di carcinoma alla prostata, per il quale esistono molte efficaci terapie.

Inoltre, la probabilità di vita a cinque anni dalla diagnosi è circa del 90%, una percentuale tra le più elevate tra i tumori, soprattutto se si tiene conto dell'età avanzata dei pazienti e quindi delle altre possibili cause di morte.

 

CANCRO ALLA PROSTATA: CHE COS'È

La prostata è una ghiandola presente solo negli uomini di forma rotondeggiante, simile a una castagna. Appartiene al sistema riproduttivo maschile, ed è responsabile della produzione di una parte del liquido seminale rilasciato durante l'eiaculazione.

Il tumore della prostata ha origine proprio dalle cellule della ghiandola, che cominciano a crescere in maniera incontrollata. Quando questo avviene, è probabile che un tumore prostatico si sviluppi in un adenocarcinoma, ovvero in un tumore maligno che ha origine dalle cellule di una ghiandola.

 

CANCRO ALLA PROSTATA: LE TERAPIE

Oggi l'aspettativa di vita dei malati di cancro alla prostata è sempre più lunga e le opzioni terapeutiche a disposizione sono numerose e spesso risolutive: chirurgia, radioterapia, brachiterapia o sorveglianza attiva.

Secondo Riccardo Valdagni, presidente della Società Italiana di Urologia Oncologica (SIUrO), "a parità di efficacia della terapia, la scelta va fatta prendendo in considerazione i possibili effetti collaterali. Sono gli uomini che, soppesando pro e contro di ogni opzione, devono stabilire cosa è meglio per la loro qualità di vita".

A questo proposito, grazie a una recente ricerca del Lineberger Comprehensive Cancer Center pubblicata sul Journal of the American Medical Association, che ha coinvolto 1.141 uomini con una diagnosi di carcinoma prostatico e le loro evoluzioni a due anni dalla malattia, è possibile avere anche qualche dato aggiornato sugli effetti indesiderati delle terapie.

 

IL TRATTAMENTO CHIRURGICO

Generalmente ci si sottopone a un intervento di prostatectomia radicale (ovvero l’asportazione totale della ghiandola prostatica) attraverso un'operazione chirurgica. Durante l’intervento, il chirurgo solitamente asporta i linfonodi attorno alla prostata e nel bacino per verificare se vi sono presenti cellule tumorali. Questa opzione, sebbene sia la più diffusa, è anche quella che manifesta il maggiore tasso di incontinenza e disfunzione erettile.

 

RADIOTERAPIA

La radioterapia utilizza radiazioni ionizzanti ad alta energia per distruggere le cellule tumorali, cercando al tempo stesso di salvaguardare i tessuti e gli organi sani circostanti.

Questa opzione influisce meno sulla potenza sessuale dei pazienti. D'altro canto, presenta il maggior numero di effetti collaterali nel breve periodo, soprattutto ostruzioni e irritazioni del tratto urinario, che possono essere una conseguenza delle radiazioni che colpiscono la prostata per "distruggere" la massa tumorale. Inoltre, possono anche manifestarsi rari e sporadici episodi di sanguinamento rettale o urinario.

 

BRACHITERAPIA

La brachiterapia è una forma di radioterapia che prevede l’inserimento di piccole sorgenti radioattive (chiamate semi) direttamente all’interno della prostata. Alcuni problemi associati con questa opzione sono la disfunzione erettile e, sopratutto nei 6-9 giorni seguenti il trattamento, infiammazione del tratto urinario e problemi gastrointestinali.

 

SORVEGLIANZA ATTIVA

Questa opzione terapeutica "alternativa" prevede semplicemente di tenere sotto controllo il tumore, posticipando eventuali trattamenti al momento in cui la malattia dovesse subire modifiche durante l'arco di vita del paziente. Ovviamente, è una scelta riservata solo a determinate tipologie di malati: quelli con un carcinoma di piccole dimensioni e poco aggressivo. lI presupposto su cui si basa la sorveglianza attiva è che l’evoluzione dei tumori a basso rischio basso è così lenta che, pur rinviando il trattamento al momento in cui la malattia dovesse modificare le sue caratteristiche iniziali, è possibile mantenere elevate le probabilità di guarigione, e nel frattempo ridurre a zero ogni possibile effetto collaterale associato alle cure mediche.

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