Hiv, cosa c'è da sapere sul contagio da virus generato in laboratorio

Ricostruiamo i punti della storia che sta facendo il giro del mondo: da com'è nato il caso ai possibili motivi dell'infezione

La notizia è ormai nota. Un ricercatore, che lavora nei laboratori di un istituto europeo di alto profilo, ha scoperto, dopo una donazione di sangue, di aver contratto il virus Hiv. Impossibile, però, essersi contagiato naturalmente: non era presente nemmeno uno dei fattori di rischio. La causa doveva essere per forza il suo lavoro in laboratorio.

COM’È NATO IL CASO: LA TESTIMONIANZA A BOSTON

Il caso, iniziato nel 2012, è stato raccontato al congresso Croi sui virus a Boston. Lo hanno presentato due gruppi italiani, quello del San Gerardo di Monza, che ha in cura il ricercatore, e quello del laboratorio di Virologia dell'università di Roma Tor Vergata, uno dei Centri più grandi in Europa per la valutazione, al quale il San Gerardo si è rivolto per analizzare il virus.

IL VIRUS NL43 + JRFL

Una volta venuti a conoscenza del caso, iniziano le indagini. Il punto fondamentale è che il contagio, così com’è avvenuto, è teoricamente impossibile: le regole di manipolazione sono ferree, così come i protocolli di sicurezza nei laboratori. Ma è l’unica spiegazione possibile. E in effetti, sequenziando il virus c’è la conferma: è identico a quello costruito in laboratorio, il NL43 + JRFL.

ANCORA IGNOTE LE MODALITÀ DEL CONTAGIO

Il punto su cui si discute, ora, è come sia potuto accadere. Secondo quanto spiegato ad AdnKronos Salute da Andrea Gori, direttore del reparto Malattie infettive dell'ospedale San Gerardo di Monza, “c’è stato un errore: si è manipolato materiale genetico particolarmente pericoloso in condizioni di sicurezza non corrette. Ma questo non ci dice come il paziente abbia potuto infettarsi perché non c'è stato nemmeno un incidente”.

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