Decreto appropriatezza, Fimmg: “La burocrazia tenga conto dei medici”

L'intervento di Pier Luigi Bartoletti, vice segretario Nazionale della Federazione italiana medici di famiglia

Lunedì 25 gennaio è entrato in vigore il Decreto appropriatezza. In breve, nell’ottica della razionalizzazione e contenimento della spesa, esami e visite considerate inappropriate- cioè al di fuori delle condizioni di erogabilità stabilite - saranno totalmente carico dell’assistito. Ecco il commento di Pier Luigi Bartoletti, vice segretario Nazionale della Federazione italiana medici di famiglia (Fimmg).

di Pierluigi Bartoletti

Il recente Decreto appropriatezza introduce anche nelle prestazioni di diagnostica strumentale e di laboratorio, oltre che sull’assistenza farmaceutica, la codifica attraverso notelimitative. Ovvero alcune tipologie di esame, si possono prescrivere a carico del sistema sanitario pubblico, solo in alcune condizioni. Sull’assistenza odontoiatrica, di fatto, a parte le urgenze e il disagio sociale, è tutto a pagamento.

Al di là del merito, che in linea teorica è condivisibile ovvero indicare la ‘giustezza’ della prescrizione di alcuni esami e limitarne l’utilizzo inappropriato, si cade, come spesso avviene, nell’errore di formulare norme giuste ma difficilmente applicabili nel vivere quotidiano delle persone e degli operatori che lavorano direttamente a contatto con i pazienti, senza filtri amministrativi, senza strutture di contorno di accoglienza e prenotazione, ovvero i medici di famiglia ed i pediatri di libera scelta.

E l’inapplicabilità sostanziale di norme, pur giuste nel principio, ma formulate con criteri scientifici condite da bizantinismo burocratico determina spesso disservizi, incomprensioni, litigi e ne vanifica l’obiettivo. Se l’obiettivo è adeguare il sistema sanitario pubblico utilizzando la professionalità degli operatori che ci lavorano, non è che aiuti molto calare dal Palazzo un elenco di prestazioni e una serie di note, codicilli, codici e condizioni di erogabilità da inzeppare in una ricetta de-materializzata che a oggi non prevede tale modalità di compilazione e quindi obbliga a scrivere a mano, in barba a tutte le regole della de materializzazione. Anzi assume il sapore di una presa per i fondelli.

Se vincolare la prescrizione di alcune tipologie di esami a chi ne ha la particolare competenza, cioè lo specialista, può essere in principio corretto, lo è meno quando per andare da quello specialista pubblico devo aspettare sei mesi, e così se ho un’allergia ai pollini primaverili mi continuo a soffiare il naso e sarò valutato in autunno quando sto bene. Se in questo Paese si tornasse a ragionare in modo normale, forse si tornerebbe ad accoppiare alla competenza tecnico-scientifica e alle revisioni internazionali di letteratura, la sensibilità di chi tutti i giorni fa i conti con un sistema farraginoso e complicato. Invece no, si pontifica senza avere cognizione di causa.

Un medico di medicina generale compila in media, al giorno, circa 100 prescrizioni, seguendo regole e procedure calati dall’alto nel nome del sacro risparmio. Negli ultimi 6 mesi tra dematerializzazione della ricetta e decreto appropriatezza si sta creando negli studi confusione, sconcerto, e sta crescendo sempre più la rassegnazione di vedere un sistema pubblico un tempo fiore all’occhiello, sempre più seccarsi a vantaggio della cosiddetta spesa di tasca propria (out of pocket). Si sentono ovunque pubblicità di mutue private, fondi integrativi, società di mutuo soccorso, e ciò che prima era un vezzo dei ricchi ora diventa una necessità del ceto medio.

L’odontoiatria nel decreto fa da apripista a un sistema pubblico riservato all’urgenza e ai disagiati sociali ed economici, il taglio del resto delle prestazioni è solo l’inizio di un processo di ridefinizione dei LEA che non ci aspettiamo certo che siano maggiori rispetto ad oggi. Ma, se l’obiettivo numero 1 è calare la tassazione, si può fare qualcosa di meglio piuttosto che proporre uno “spezzatino” con firma di grandi “chef”? Che il Paese invecchi lo si sa da 20 anni, che si viva di più anche, che i bisogni siano mutati pure, ma noi negli ultimi 20 anni abbiamo fatto lo spezzatino anche del sistema pubblico, non regolamentando il federalismo regionale.

Così facendo tra una selva di debiti, una miriade di società partecipate, modelli di gestione diversificati, si arriva all’autunno dei piani di rientro, che non durano il tempo necessario per risanare i bilanci, ma diventano un metodo di “rigoverno” centralizzato della spesa. Oggi si deve necessariamente porre il problema della sostenibilità economica finanziaria in un’Italia che deve diminuire la tassazione, ma si deve fare senza ripercorrere strade vecchie e consunte, con il coraggio di proporre soluzioni nuove, che ridiano morale ed energia a chi crede ancora in un sistema pubblico efficiente, non certo elenchi dei tagli ed imposizioni bulgare sulle spalle di chi ci mette tutti i giorni i faccia. Al problema degli anziani, che saranno sempre di più, diamo solo risposte sanitarie, qualche volta sociali, ma a chi ha 80 anni ed ha la fortuna di vivere ancora con il coniuge, se ha molti “acciacchi”, offriamo la RSA a spese sue e con lista d’attesa.

Le residenzialità protette non ce ne sono a sufficienza, per non dire che non ci sono proprio, ed in un paese di anziani, una casa a misura di anziano vale di più e costa meno di un posto letto. Soprattutto per l’anziano e la sua famiglia. Abbiamo medicalizzato tutto, ora bisogna de-medicalizzare, saper gestire ed utilizzare le tecnologie biomediche, l’informatica, ammodernare l’organizzazione del sistema sanitario, responsabilizzando chi ci lavora e coinvolgendoli nelle scelte, non travolgendoli con editti ed avvilirli con norme da mezzemaniche. Bisogna cambiare prospettiva, non va tolto nulla a nessuno ma va garantito ciò che è necessario a tutti. Il superfluo si paga. Il provvedimento del Ministero va in questa direzione ma lo fa in modo sbagliato che sembra punitivo per medici e pazienti. Si puo cambiare rotta, gli strumenti ci sono, le professionalità pure, l’obiettivo è ridisegnare il sistema non ridimensionarlo ma occorre farlo con spirito inclusivo e sollecitando la partecipazione, non a tavolino.

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